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La grandezza della Primavera di Botticelli: un’opera profonda che conserva un mistero inattaccabile

di Antonella Cilento

È mai esistita una vera età dell’oro?

La domanda si riaccende ogni volta che torno a contemplare un quadro così famoso, riprodotto e citato come La primavera di Sandro Botticelli. Non c’è manifesto pubblicitario di grandi marchi, sfilata primavera-estate, copertina di libro che non abbia, prima o poi, riprodotto, imitato, citato il quadro simbolo del Rinascimento. L’altra domanda è, quindi, perché, fra i molti capolavori di un secolo, proprio questo ne divenga lo slogan, la cover, il marchio di fabbrica.

Ma sono davvero così belle le bionde figure, davvero così indimenticabile il gioco delle tre Grazie, così gradevole questo giardino dipinto in tempi di guerre, congiure e violenze? Non posso smettere di guardare le donne di Botticelli senza pensare che, pochi anni prima, sarebbero state vestite di sacro: madonne, sante, pellegrine.

La nudità, l’abito classico da poco riesumato come stile fra scavi antichi e manoscritti perduti della classicità, la potente influenza della classicità ritrasportata in Italia dalla finita Bisanzio, sembrano ancora una sorta di travestimento, di carnevale.

L’abito greco-romano sulle donne viste da Savonarola.

Quel che ci fa sentire freddo nonostante l’allegoria fiorata è il bosco buio, che sembra quello guerresco e fosco di Paolo Uccello, sono i fiori perfetti che hanno il sapore dei pignoli maestri fiamminghi coevi, insomma tutto quel Medio Evo che a Nord si sta facendo borghese e a Sud, in Italia, si illumina degli splendori delle corti, gli ultimi bagliori prima della modernità individualista, nazionale e straniata donchisciottesca. Mentre Firenze celebra condottieri e governanti colti, inaugura un nuovo culto della personalità tutto edonistico che non esclude, anzi esalta, persino i Papi come modelli di vanitas e ricchezza, il resto d’Europa prepara gli stati nazionali, le grandi monarchie, gli aggressivi imperi.

Ho sempre avuto freddo guardando la Primavera di Botticelli, segno forse di mezze stagioni d’altri tempi, gelide e pre-glaciali (cento anni dopo tutta l’Europa sarebbe stata invasa dal ghiaccio), ma anche sintomo dei veleni della politica di cui risentono le utopie della stagione d’oro dell’arte e delle lettere.

Il freddo Zefiro che soffia a destra è livido come il Cristo morto del Mantegna o i diavoli del Signorelli; è uno stupratore, un assassino, di certo un vento infido.

È sempre Botticelli a dipingere, inseguita dai cani, la protagonista della novella di Boccaccio intitolata Nastagio degli onesti: di nuovo una donna che si scansa, di nuovo una fuga, di nuovo un bosco.

La ninfa Clori dai bellissimi capelli e dalla bocca ricolma di fiori è messa incinta con la forza da Zefiro anche se rinasce trasformata in Flora, la figura composta e con il bellissimo abito alla moda che è la parte più riprodotta dell’opera.

Venere è una madonna, in abiti orientali e decori senesi (aria di Bisanzio, di Simone Martini, di Italia che cerca di stare al passo coi tempi e supera i modelli che vengono dall’Est), del tutto astratta dalle vicende brutali di Zefiro, tanto che Eros sorvola il tetto d’alberi del quadro lanciando frecce fra gli aranci e i pomi.

Non svetta l’azzurro nel quadro, non si ascende al cielo: se pure l’azzurro appare è per finestre. Tutto, da capo a piedi, è bosco fiorito e oscuro: da qualche parte, è certo, satiri e belve, altri mostri dormono, anche se non si vedono.

Filosofia? Tanta. Marsilio Ficino qui appare e ricompare ma allo spettatore comune resta invisibile. Spesso i quadri nascondono segreti, messaggi criptati: il più delle volte, è solo successo che le allegorie che contenevano son scadute, divenute incomprensibili ai nuovi  fruitori gli stessi significati che sembravano lampanti ai vecchi, anche ai meno colti. Capita con la pittura sacra: anche se i Vangeli e la Bibbia restano, in teoria, a disposizione dei nuovi spettatori, il codice è scaduto, bisogna riaggiornare la password.

Ma il Rinascimento nella sua pittura profana si ostina a più segreti e a volte personali messaggi, come accade nella famosa Flagellazione di Piero della Francesca, così nel dettaglio interrogata da Carlo Ginzburg e Silvia Ronchey.

Così, La primavera contiene, come in tanti hanno scritto, chiavi di lettura che riguardano il committente, la politica dei Medici, i fatti del giorno e i messaggi al mondo di una filosofia che ambisce ad emanciparsi dal totalitarismo del pensiero cristiano ma, alla fine, non lo abbandona mai del tutto.

Che fa Mercurio in fondo al quadro, alla sinistra di chi guarda, oltre il gruppo delle Grazie avvolte in trasparenti e trasgressivi veli? Coglie un frutto, indica in alto come farà il San Giovanni di Leonardo, raffigura qualcuno di riconoscibile?

Trascorso il tempo, il quadro resta un modello: il modello dell’Occidente in Giappone, il modello dell’Italia nel mondo.

Uno stendardo spesso sventolato, fotografato, riprodotto senza sapere cosa si stia agitando e con che scopo.

Una fortuna, perché è delle grandi opere essere profonde e conservare un mistero inattaccabile, un mistero che consente d’essere loro un modello anche dopo secoli, come accade per il giovane Felice Casorati che, sul prato e nel bosco di Botticelli raffigura Le signorine a lui contemporanee, circondate non da fiori e veli ma dagli oggetti di toletta e conforto che di solito utilizzano.

Il quotidiano e l’epica si toccano, le stagioni passano e anche adesso, anche oggi,  sostiamo sulla soglia dipinta da Botticelli fra due epoche e due mondi, in attesa di muovere, incerto, un passo verso il futuro.

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